La Promotrice Partenopea

La storia di un’associazione artistica, sviluppatasi attraverso l’attività promozionale ed espositiva dopo l’unità d’Italia.

a cura di Pietro Magliocca

Le biennali borboniche lasciarono a Napoli un vuoto nostalgico e, dopo l’unità d’Italia, gli artisti napoletani furono spinti dal vivo e forte proponimento di ravvivare il culto delle Belle Arti; il desiderio di rinnovamento costituì la base per la formazione di un’associazione artistica di promozione di largo accesso, “la Promotrice napoletana”, dove il bello artistico doveva diventare accessibile e familiare ad ogni classe di persone. L’attività si realizzò e si sviluppò mediante esposizioni organizzate a cadenza annuale e venne concepita su modello di altre Promotrici già esistenti in Italia, come quella di Firenze e di Torino, e anche all’estero; venne legittimata e riconosciuta in concomitanza con la 1^ Esposizione Nazionale di Firenze (1861) da una schiera di artisti che avevano il proposito di riavviare a Napoli il culto delle Belle Arti, rendendo disponibile l’accesso e la partecipazione all’associazione ad ogni classe di cittadini. Il carattere della Promotrice si pose in maniera differente dalle biennali borboniche nella vita artistica partenopea, non soggetta al controllo dello stato, meno accademica e attenta al rapporto con il pubblico, priva delle ispezioni a carattere censorio che, di consueto, anticipavano le biennali. Lo scopo fu quindi esclusivamente quello di un’attività promozionale, in quanto la Società di Mutuo Soccorso di Scienziati  Letterati ed Artisti si dedicava, nel particolare, a quella assistenziale. La direzione della Società venne esercitata da un Consiglio direttivo, un Comitato permanente e un Giurì, eletti dall’assemblea generale dei soci. Il suo primo presidente fu il duca di Miranda, vicepresidenti, i fondatori Filippo Palizzi(1)  e Domenico Morelli(2).

La Promotrice, che ebbe vita lunga, attraverso un sistema di avvenimenti a basso costo, riuscì ad ottenere una larghissima base di consensi; il suo periodo più fecondo fu rappresentato dai primi venti anni di attività, un momento felice per la pittura napoletana; sono gli anni della scuola di Resina, la cosiddetta Repubblica di Portici, la cui poetica riesce a diffondersi anche grazie a queste esposizioni. La prima esposizione si ebbe nel 1862 e si protrasse, senza interruzioni fino al 1897. Alla prima, nel 1862, si ebbe l’affermazione di un filone risorgimentale ampiamente celebrato nella mostra nazionale del 1861 ed accolto nelle successive Promotrici del 1863, 1864 e 1866; nel 1862  partecipò anche il re Vittorio Emanuele II ed in questa esposizione trovarono spazio i dipinti di una rivisitazione romantica della commedia dantesca; tutte le opere esposte vennero vendute. Le Promotrici degli anni a seguire ebbero un enorme successo e suscitavano ammirazione entusiastica; oltre le manifestazioni organizzate a cadenza regolare, importante fu quella del 1877: l’Esposizione Nazionale di Belle Arti; la mostra venne inaugurata l’8 aprile da Vittorio Emanuele II e dalla famiglia reale nelle sale dell’Accademia di Belle Arti (Fig. 1), progettate appositamente da Enrico Alvino; segretario della mostra fu Demetrio Salazar. L’evento interessò tutti i maggiori intellettuali del periodo, come il principe Gaetano Filangieri, Domenico Morelli, Filippo Palizzi; il Giurì artistico venne distinto in tre sezioni: pittura, scultura e architettura. Fu un evento memorabile e significativo e i vari artisti, grazie anche agli insegnamenti che il Palizzi, direttore dell’Istituto delle Belle Arti, impartiva ad allievi come Esposito, Volpe, Migliaro, Michetti, Dalbono, si manifestarono in maniera ammirevole. Per la prima volta vennero concessi premi e il conferimento di  medaglie in oro, argento, bronzo (Fig. 2, Fig. 3 e Fig. 4). Nel 1881 per non cedere alle pressioni del Ministro della Pubblica Istruzione, che voleva imporre alcuni professori non idonei all’insegnamento, il Palizzi si  dimise, seguito da Morelli e dall’intero Consiglio Direttivo; con l’Istituto decaddero man mano anche le esposizioni della Promotrice. Dopo il 1880 e fino al 1922, se si eccettuano alcuni anni di paralisi tra il 1898 e il 1903 compreso, la Promotrice continuò però la propria attività e visto il successo ottenuto in quella Nazionale, dal 1885 si iniziarono a premiare gli artisti con medaglie (Fig. 6); le medaglie conferite per le Promotrici dal 1885 in poi, hanno al dritto, sempre incisa la data 1885, mentre al rovescio risultano diverse in relazione al nominativo del premiato con l’anno del conferimento riferito alla Promotrice stessa; nel 1892 alla società si associò la denominazione di “Salvator Rosa” e dal 1922 al 1944 venne assorbita dal sindacato degli Artisti e dei Professionisti; mentre sembrava oramai votata ad un’irreparabile decadenza, nel 1944, venne legalmente ricostituita.

Fig. 1

Vittorio Emanuele II e la principessa Margherita inaugurano la mostra – Napoli, 8 aprile 1877.

Fig. 2

Dr/ nel giro la scritta VITTORIO EMANUELE II RE D’ITALIA  ★ testa del sovrano rivolta verso sinistra, sotto il taglio del collo la firma INSENGA

Rv/ nel giro la scritta ESPOSIZIONE NAZIONALE DI BELLE ARTI IN NAPOLI ★ 1877 ★  campo vuoto (per l’incisione del premiato) in un serto d’alloro annodato, sotto L. INSEGNA INC.

Bronzo – mm. 70

La medaglia in Fig. 2 è di conio dissimile a quella raffigurata in Fig. 3; oltre al campo centrale del rovescio, non inciso, al dritto il re, Vittorio Emanuele II è effigiato diverso; i simboli nel giro, nella parte sottostante, ad inizio e fine legenda anch’essi diversi e la firma al dritto è dell’INSENGA e non del TIPALDI come si rivelano nei conii successivi e quelli più comuni; non sono riuscito a reperire documentazione a riguardo, ma presumo che quello in Fig. 2 sia stato un conio antecedente a quello in Fig. 3.

Fig. 3

Dr/ nel giro la scritta VITTORIO EMANUELE II RE D’ITALIA testa del sovrano rivolta verso sinistra, sotto il taglio del collo la firma TIPALDI

Rv/ nel giro la scritta ESPOSIZIONE NAZIONALE DI BELLE ARTI IN NAPOLI ★ 1877 ★ nel campo in un serto d’alloro annodato il nome del premiato: PREMIO AL MERITO ANGELO CHELONI su due righe, sotto L. INSENGA INC.

Bronzo – mm. 70

Fig. 4

Come la precedente; riporto la medaglia perchè concessa a S.A. il principe Umberto, figlio di Vittorio Emanuele II.

Bronzo – mm. 70

La medaglia in Fig. 5, di seguito raffigurata, concessa al Marinelli, si è osservata alcune volte sul mercato numismatico (almeno tre: Varesi 18 aprile 2007; Artemide 2010 e 2012). Il Marinelli, Vincenzo, nel corso delle mie ricerche su queste esposizioni è risultato essere un artista pittore che iniziò il suo alunnato presso il Regio Istituto di Belle Arti di Napoli, frequentando la scuola del disegno diretta da Costanzo Angelini. Esordì all’esposizione borbonica del 1839  e dopo varie partecipazioni a quelle successive, nel 1870 ottenne la nomina di professore onorario dell’Accademia delle Belle Arti e nel 1875 la cattedra di disegno. L’attività didattica non gli lasciò molto spazio da dedicare alla pittura, ma continuò comunque la sua opera d’artista praticando il genere “orientalista”; alla Promotrice Nazionale del 1877 presentò la composizione “un corteggio nuziale arabo” e credo che è proprio per questa opera che venne premiato; l’interrogativo da sciogliere, in mancanza di documenti certificatori, è quello della raffigurazione iconografica della medaglia diversa da quelle utilizzate per le premiazioni dell’esposizione dell’8 aprile alla quale aggiungo la lettura della data del 2 aprile 1877 che risulterebbe antecedente di qualche giorno all’inaugurazione stessa della mostra; visti i numerosi collegamenti con la mostra, non potevo non renderla nota in questo scritto.

Fig. 5

Dr/ cavallo rampante, rivolto verso sinistra, emblema della città di Napoli.

Rv/ nel giro la scritta ESPOSIZIONE NAZIONALE ★NAPOLI ★nel campo su tre righe, 2 APRILE /1877 / MARINELLI

Bronzo argentato – mm. 30

Fig. 6

Dr/ nel giro la scritta ESPOSIZIONE PARTENOPEA PERMANENTE, sotto la data – 1885 – raffigurazione di Partenope stante che regge nel braccio destro una cornucopia e nella mano sinistra lo stemma della città di Napoli; sullo sfondo il Vesuvio fumante.

Bronzo – mm. 55,60

Nota: in diversi conii di questa tipologia di medaglia a volte è assente la scritta PREMIO A e al contrario, quasi spesso possiamo trovare incisa la data della premiazione.

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(1) Filippo Palizzi nacque il 16 giugno 1818 a Vasto, in Abruzzo; proveniva da una famiglia numerosa, dove tutti avevano un forte interesse per le arti visive; il padre, Antonio, avvocato ed insegnante di lettere, la madre, Doralice del Greco, originaria di Rocca San Giovanni, dedita alla musica. A Vasto si era già messo alla prova nell’arte, disegnando paesaggi e mappe topografiche, nell’intaglio del legno e nella modellazione della ceramica. Nel 1838, ottenuto un sussidio della Provincia dell’Abruzzo di quattro anni, Filippo raggiunse il fratello Giuseppe a Napoli,  e grazie alla raccomandazione del ministro Santangelo per il direttore del Reale Istituto di Belle Arti, venne accolto nell’Accademia, sotto la guida di Camillo Guerra, Costanzo Angelini e Gabriele Smargiassi, quest’ultimo da poco succeduto ad Antonio Van Pitloo (olandese) nella cattedra di paesaggio. Ben presto gli interessi di Filippo si rivolsero all’indagine dal vero, e non trovandosi a proprio agio all’Accademia, la abbandonò per iscriversi alla Scuola “Libera” di Giuseppe Bonolis. Il suo profondo interesse per la natura e un acuto senso di analisi, sorretto dalla conoscenza dell’arte fiamminga e degli olandesi che lavoravano ed avevano operato a Napoli, lo condussero alla realizzazione di umili temi dalle pienezze formali, realizzati con colorazioni soffuse di bruni trasparenti ed azzurri luminosi, che palesano la diretta influenza del Pitloo. Nel 1838, vinse il primo premio per il saggio scolastico Vacche ritratte dal vero; nel 1839 espose Studi di animali (premiato con medaglia d’argento all’esposizione borbonica) che furono acquistati dalla duchessa di Berry.

Una svolta economica, alla modesta vita condotta a Napoli assieme al fratello, sarebbe arrivata quando Gaetano Genovese, architetto di corte, presentò un dipinto di Filippo a Ferdinando II di Borbone, che lo acquistò; chiamato a corte, insegnò pittura al principe Luigi, conte dell’Aquila e alla principessa Maria Amelia, fratello e sorella del re. Nel 1841 presentò Pastore che beve e Due pastori; nello stesso anno, il re acquistava Il mese di maggio, commissionandogli contemporaneamente il pendant, Ritorno dalla campagna.  Nel 1842 si era trasferito a Napoli un altro dei fratelli Palizzi, Nicola, anch’egli dedito alla pittura che nel 1844 aveva deciso di trasferirsi a Parigi, divenendo con il tempo un punto di riferimento per i giovani artisti italiani che si recavano per studio a Parigi – un trait d’union tra le due culture artistiche. Con lui avrebbe mantenuto un costante rapporto epistolare; le ripetute visite in Francia e gli interessi del fratello, avvicinarono Filippo alla scuola di Barbizon e all’ambiente parigino. Dopo il 1848, con le istanze risorgimentali, la sua pittura, rappresentando soggetti relativi ai martiri cristiani, allude alle persecuzioni subite dai patrioti, ai quali fecero seguito, verso il 1860, alcuni dipinti e bozzetti militari e di vita garibaldina. Di carattere schivo e chiuso, preciso ed abitudinario, Filippo amava recarsi ogni anno da luglio a novembre a Cava dei Tirreni, ove traeva ispirazione per i suoi paesaggi. Del 1851 è l’opera Il Real sito di Carditello (Napoli, Museo di Capodimonte), acquistato dal re; nel 1853 intraprende un viaggio in Olanda, Belgio, Roma e Firenze; nel 1855 si reca a Parigi, presso il fratello Giuseppe. Dagli anni Sessanta si dedica anche alla ceramica, realizzando pannelli, piatti e fontane; nel decennio successivo inizia l’attività incisoria e di illustratore (Usi e costumi di Napoli), fornendo quarantotto disegni.

Nel 1861 è tra i fondatori della Società Promotrice di Belle Arti di Napoli; presidente del consiglio di direzione nel 1862 e presidente del giurì artistico nel 1866 e nel 1867. Convinto sostenitore del plein-air,  rimproverava ai pittori di storia di voler dipingere avvenimenti ambientati in spazi all’aperto studiando il modello nella luce artificiale dello studio. Nel 1868, Filippo divenne docente al Reale Istituto di Belle Arti, prodigandosi per la riforma  dell’Accademia che ebbe poi seguito nel 1878. Gli anni successivi, 1877 e 1881, furono quelli dei riconoscimenti pubblici e del conferimento di titoli: con Regio Decreto dell’8 Aprile, Filippo venne nominato Commendatore dell’Ordine della Corona d’Italia ed entrò a far parte del Comitato organizzatore della mostra Nazionale a Napoli. Prescelto quale Direttore Generale delle Scuole della Società Operaia Napoletana, nel 1878, fu anche nominato Presidente del Regio Istituto di Belle Arti di Napoli, incarico accettato per l’insistenza di Francesco De Sanctis, Ministro della Pubblica Istruzione. Nel 1881 si dimise, accettando la direzione artistica del Museo Artistico Industriale Scuole Officine, che aveva contribuito a fondare nel 1878 assieme a Gaetano Filangieri e Domenico Morelli. Le opere prodotte in collaborazione con gli allievi, venivano selezionate per essere inserite nelle raccolte del Museo. Nel 1938, le principali opere realizzate con i suoi allievi, nelle quali si evidenzia l’alta qualità delle tecniche di  esecuzione, sarebbero state tolte dall’Inventario generale della produzione delle Scuole Officine e collocate in un ambiente denominato “Sala Palizzi”.

Filippo Palizzi ricoprì molte cariche onorifiche e fu socio di varie accademie italiane e straniere. Nel 1892 donò circa trecento studi alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma; nel 1898, anno che precede la sua morte, lasciò diverse opere sia alla Galleria dell’Accademia di Napoli, sia al Museo Civico di Vasto. Morì a Napoli l’11 settembre 1899.

(2) Negli ultimi quarant’anni del secolo, Filippo Palizzi, insieme a Domenico Morelli,  guidò, non senza contrasti, le sorti dell’istruzione artistica a Napoli, indirizzando la maggior parte dei giovani che si affacciavano all’arte nella città partenopea ad una attenta osservazione della natura e a una minuziosa restituzione dei particolari. Tra i numerosi allievi di Filippo Palizzi: Raffaele Armenise, Michele Cammarano, Edoardo Dalbono, Marco De Gregorio, Domenico Morelli, Giuseppe Aprea, Domenico Battaglia, Nicola Ascione, Giuseppe Casciaro, Silvio De Angelis, Gaetano Esposito, Eugène Wenceslas Foulques, Ugo Galvagni, Garibaldi Gariani, Vincenzo Vaccaro.

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BIBLIOGRAFIA:

Catania G., dal sito “Arte e ricerca”.

Concilio Sara, Le mani gentili – Pittrici a Napoli dell’Ottocento.

Comandini A., Nei cento anni del XIX Sec. – Vol. V, 1871 – 1900.

De Agostini, Pittori e Pittura dell’Ottocento Italiano  – Novara 1997-1999.

De Filippis F., La Società promotrice di Belle Arti Salvator Rosa: 1861/1961 – Napoli 1961.

Di Marzo G., La critica d’arte nell’ottocento in Italia – atti del convegno – Palermo, aprile 2003

Electa, La Pittura in Italia – L’ottocento – Milano 1991.

Galetti e Camesasca, Enciclopedia della pittura italiana – Milano 1951.

Meneghello Paola, LA società Promotrice di Belle Arti a Napoli, 1862 – 1897.

Mancini Poligrafica, Pittori abruzzesi dell’Ottocento, Sambuceto, 1995.

www.treccani.it, il portale del sapere.

www.wikipedia.it, l’enciclopedia libera.

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